Il cuculo

Il comportamento parassita del cuculo è proverbiale e sappiamo che più di 40 specie di passeriformi cadono vittima dello spietato opportunista.

Nelle zone umide le specie più colpite sono le cannaiole e i cannareccioni e, infatti, tutti gli anni trovo immancabilmente nidi di questi uccelli contenenti l’uovo o il pulcino del cuculo. Devo dire che il sentimento che provo quando li scopro è contrastante. Da una parte osservo la meraviglia della strategia riproduttiva del cuculo che riesce a perpetuare la sua specie facendo sprecare energie ad altri uccelli. Dall’altra, guardo con angoscia i nidi parassitati, conscio della sorte che spetta alla prole dei proprietari. Le uova o addirittura i pulcini saranno, infatti, gettati di sotto dal piccolo cuculo che, ancora implume e a occhi chiusi, ha l’istinto di caricarsi sul dorso tutto ciò che gli è vicino e di gettarlo oltre il bordo del nido, rimanendo l’unica bocca, pardon becco, da sfamare. I genitori adottivi ovviamente non si accorgono dell’inganno, anche perché spesso il colore dell’uovo deposto dal parassita è identico al loro e in seguito non si curano delle enormi dimensioni (rispetto alle proprie) che il figliastro riesce a raggiungere.

È interessante sapere che ogni femmina di cuculo depone il suo uovo nel nido della specie che l’ha allevata. Ma per allocare le uova in un nido così piccolo mamma (si fa per dire) cuculo deve aguzzare l’ingegno: o si libra in volo per un attimo e lascia cadere l’uovo nel nido oppure lo depone sul terreno e poi lo afferra delicatamente con il becco per depositarlo nel nido ospite.

Fagiano


Il fagiano maschio è indubbiamente uno degli uccelli più belli delle nostre campagne

I suoi colori esotici ricordano livree orientali e, infatti, questa specie proviene dall’Asia centro-orientale e fu importata in Europa dai Romani nel 500 d.C. Fotograficamente non è una preda molto ambita e di solito il fagiano si fotografa per caso mentre si è appostati per altri animali, oppure mentre si percorrono le strade di campagna in automobile e ci si lascia attrarre dall’esemplare fermo ai margini di un campo. Eppure, secondo me, questo rustico gallinaceo meriterebbe considerazione anche dai cultori della fotografia naturalistica e non solo dai seguaci di Diana.
Due maschi che lottano o che sbattono rumorosamente le ali emettendo il canto per marcare il territorio danno spunti per fotografie molto interessanti. Purtroppo non è così facile avere gli esemplari a tiro fotografico sia nel momento delle lotte sia durante il canto, perché non danno riferimenti precisi. Il gallo forcello per esempio, suo cugino “montanaro”, si raduna in arene di canto e, anche se con molta fatica, qualche zona si può individuare per poi affrontare un appostamento. Il fagiano, invece, può battersi o cantare in qualsiasi zona si trovi. Come fare quindi per fotografarlo in queste situazioni? Bisogna affidarsi alla dea bendata e girare in primavera nelle campagne dove i fagiani abbondano; sono molto utili i territori di allevamento e riproduzione interdetti alla caccia. La foto che vedete è stata ottenuta per caso mentre dal mio capanno aspettavo lo sparviere, che avevo attirato a una pozza d’acqua. Per non insospettire lo sparviere con il rumore degli scatti, avevo impostato nella reflex la modalità silenziosa, con conseguente perdita della raffica veloce.
Quando mi si è presentato davanti il fagiano ho capito in anticipo quello che stava per fare, ma non sono riuscito ad attivare la raffica, perdendo parecchi fotogrammi con il volatile che sbatteva le ali. Non potevo, però, inveire alla sfortuna; è stato già fantastico che la scena si sia svolta a pochi metri da me. Ho fotografato con Nikon D500 e obiettivo zoom 70-200 f/2,8 a escursione 150; tempo di posa 1/320 sec. a tutta apertura; ISO 2000.

Tasso

Un animaletto facilmente riconoscibile eppure poco conosciuto

Il tasso ha abitudini notturne e la sua vista è poco sviluppata, in quanto passa la maggior parte della sua vita in cunicoli bui, ma in primavera è possibile vederlo, anche, durante il giorno.

Se non viene provocato, questo mammifero ha un indole pacifica, le tane vengono condivise con più famiglie della stessa specie e a volte, anche, con altri animali.

Il tasso è diffuso in Italia, dove è considerato specie protetta, in Europa, in alcune zone del Medio Oriente e in Asia.

L’aspetto del tasso

Il tasso è uno dei mustelidi di dimensioni più grandi. La sua lunghezza raggiunge, infatti, il metro e in età adulta arriva a pesare fino a 15 kg.

Questo mammifero ha una testa piccola e allungata e un corpo robusto con zampe corte e tozze dotate di grosse unghie, perfette per scavare.

Il suo pelo di colore grigio è folto e setoso sul dorso e lungo i fianchi, mentre sul ventre è più rado.

Il suo muso presenta una caratteristica colorazione a strisce verticali, nera in prossimità degli occhi e bianca al centro.

A quale animale assomiglia il tasso?

Il tasso assomiglia in parte ad altri mustelidi, ma ha caratteristiche distintive che lo rendono facilmente individualibile e riconoscibile. Da un lato per le sue notevoli dimensioni, dall’altro la peculiare mascherina bianca e nera che ricopre il suo muso

Habitat del tasso

Il tasso predilige le aree boschive caratterizzate da un ricco sottobosco come i querceti o i boschi misti, ma può vivere tranquillamente anche in zone cespugliose, in prossimità dei pascoli, delle città o in giardini e parchi.

Questo mammifero non è, invece, diffuso nelle zone paludose, nelle aree costiere o rocciose.

Dove vive il tasso

Il tasso è presente in tutta Italia ma non in Sicilia, in Sardegna o nelle isole minori.

In Europa è diffuso, ovunque, ad eccezione della Corsica, dell’Islanda e della zona settentrionale della penisola scandinava.

Comportamento del tasso

Il tasso è un animale notturno che passa la sua giornata all’interno della sua tana.

Le sue principali attività sono, infatti, il riposo nel periodo invernale e la manutenzione della propria tana in primavera e in estate.

La tana si presenta come una struttura estremamente complessa suddivisa in aree dalle funzioni ben precise (magazzini per le provviste, stanze dove dormire, latrine, corridoi d’accesso)  che viene tramandata di generazione per generazione per decenni o, addirittura, secoli. La tana può essere abitata da più famiglie di tassi che utilizzano, comunque, accessi, gallerie e stanze differenti.

Il tasso è in grado di correre molto velocemente, si arrampica sugli alberi e può, anche, nuotare.

Riccio

Il riccio è diffuso in Europa e in Asia settentrionale e centrale. Essi vivono sia in regioni piane che in luoghi montani, in foreste, campi e praterie. Nelle Alpi, essi si spingono fino sui pendii dove crescono le conifere. Il riccio vive da solo ed il suo rifugio è nelle cavità degli alberi o nei buchi nel terreno e nei muri. Il suo nido è costituito da foglie, paglia e fieno mescolati. Talvolta la sua tana è di circa 30 centimetri e provvista di due gallerie. Esso esce all’aperto soltanto di notte, procedendo lentamente. Esplora il territorio con curiosità, fiutando qualsiasi oggetto che incontra. Se ode un rumore si arresta subito e la finezza dell’odorato compensa la vista mediocre. Allora si arrotola assumendo la forma di una palla, un po’ appiattita da un lato e irta di aculei volti in tutte le direzioni. La depressione laterale corrisponde al ventre: il muso, le 4 zampe e la corta coda sono così protetti. Il periodo degli amori sopraggiunge in estate. Per manifestare i propri gradimenti, il riccio emette allora dei mormorii soffocati e suoni rauchi. La femmina partorisce in genere da 3 a 6 piccoli. Dopo un mese i piccoli cominciano a nutrirsi da soli.

Le zampe sono corte e hanno cinque dita allungate, provviste di unghie robuste; la coda è corta e sottile, cilindrica e scarsamente pelosa. Il capo, non ben distinto dal corpo, è largo alla base, con muso appuntito, occhi piccoli e brillanti, baffi neri, orecchie tondeggianti seminascoste dal pelo bruno chiaro che riveste, oltre alla testa, anche il ventre e le zampe. Le centinaia di aculei che ricoprono il corpo (compresa la fronte, la radice della coda e i fianchi) sono duri, molto acuminati e lunghi 2-3 centimetri; il loro colore è grigio-marroncino alla base, giallastro a metà, bianco o nero all’apice e sono impiantati, tramite piccoli ingrossamenti detti bulbi, nella cute dorsale.

Il pettirosso

Piccolo, colorato, con un carattere vivace e un canto melodioso. Il pettirosso è il simbolo della vita che sopravvive anche nel freddo dell’inverno e forse è per questo che da sempre ha emozionato l’uomo.

C’è una frase che, prima o poi, tutti i bambini si sono sentiti dire: “Lasciamo le briciole per i pettirossi”. Nella maggior parte delle nostre città di piccole e medie dimensioni, ci accorgiamo del pettirosso solo con l’arrivo dell’inverno, con il gelo e la neve, perché, essendo assente nel resto dell’anno, é solo in quel momento che ci rendiamo conto di lui, quando le sue piume risaltano sul bianco dei nostri terrazzi, giardini e cortili. Da sempre l’uomo è affascinato da questo uccello così piccolo, all’apparenza fragile, e proprio per questo lo ha reso protagonista di leggende, favole e poesie.

Il pettirosso compare già nella mitologia celtica. Per i popoli del nord era infatti uno dei simboli del dio Thor, portatore di nuvole e tempesta. Esistono anche diverse tradizioni popolari che cercano di spiegare il suo particolare piumaggio. Secondo una nota leggenda cristiana, i pettirossi erano in origine tutti grigi, dal capo alla coda.

Un pettirosso si trovava sul Golgota e, vedendo un uomo crocifisso, cercò di liberarlo dalla corona di spine che portava in testa e, nel farlo, si macchiò il petto con il suo sangue. Per ringraziare il piccolo uccello, Gesù Cristo (l’uomo era lui) decise di lasciarli quel segno rosso così che tutti gli uomini potessero riconoscere da lontano quella creatura così generosa. E da quel giorno, secondo la leggenda, il pettirosso ha assunto il colore che tutti conosciamo.

Non il piumaggio, ma il canto corto e gorgheggiante del pettirosso ha ispirato scrittori, poeti e musicisti. Chopin, ammirato da una voce così pura e melodica, cercò di imitarla nel tema principale della Grande Polonaise brillante (un onore che ha procurato al pettirosso il soprannome di “Chopin dell’aria”). La poetessa americana Emily Dickinson dedica al pettirosso alcuni dei suoi versi più famosi e commoventi:

Se io potrò impedire
a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto in vano.
Se allevierò il dolore di una vita
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano.

Barbagianni

Il barbagianni alla finestra e la cena dei pulcini

Un barbagianni aveva trovato dimora in un vecchio casolare diroccato. Un giorno di giugno, esplorando la catapecchia abbandonata, mi accorsi che lo strigide aveva nidificato nel controsoffitto sfondato. Prima di involarsi verso i rumorosi pulcini che aspettavano il cibo, il barbagianni era solito posarsi sul davanzale di una delle finestre della stanza con la preda nel becco.

L’uomo e il clima fanno mutare la dieta del barbagianni

I cambiamenti climatici e ambientali prodotti direttamente e indirettamente dalle attività umane sono davanti agli occhi di tutti, per questo motivo sempre di più gli studiosi cercano di capire quali possono essere le influenze sulla fauna.

La predisposizione del barbagianni a catturare roditori è nota da sempre, ma gli studi di Roulin pubblicati poche settimane fa hanno dimostrato che questi rapaci non cacciano più come prima né gli uccelli e nemmeno i pipistrelli, registrando anche una forte regressione nella selezione di prede all’interno del mondo degli invertebrati e insetti in particolare. E come vedremo non è una buona notizia!

Gli insetti, su oltre 3 milioni di prede valutate nello studio, sono stati meno di 10 mila e la sorpresa è stata che tra essi non vi erano cicale, dimostrando che il canto di questi insetti non costituisce un attrattivo per i barbagianni, come avviene invece per gli assioli e le civette.

Orso marsicano

Il TAR salva l’ orso marsicano: stop alla caccia

Stop a qualsiasi forma di prelievo venatorio nel versante laziale delle zone contigue all’area protetta del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, habitat dell’orso marsicano.

È questo quanto espresso dal Tribunale Regionale Amministrativo del Lazio che ha accolto il ricorso presentato da un gruppo di associazioni ambientaliste.

Il ricorso delle associazioni

Ad appellarsi al TAR sono state ENPA, LAC, LAV e WWF Italia, fortemente preoccupate per l’atto approvato a fine settembre dal presidente della Regione Lazio, che autorizzava in maniera illegittima e insensata “il prelievo venatorio nel versante laziale del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e nelle zone Speciali di conservazione con presenza di Orso marsicano”.

«Oltre a vigilare con le nostre Guardie volontarie impugneremo anche il calendario venatorio della Regione Lazio con un ricorso che verrà discusso a breve», hanno detto le associazioni.

Fermare le doppiette per salvare l’orso

Il ricorso è stato curato dall’avvocato Valentina Stefutti; tra le irregolarità evidenziate dalle sigle ambientaliste c’era il mancato parere richiesto dalla Regione Lazio all’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale e il massimo organo di consulenza tecnico-scientifica che si era già raccomandato, in precedenza, di “assicurare il divieto di caccia nell’area di protezione esterna del Parco d’Abruzzo, vista l’urgente necessità di tutelare il nucleo di esemplari di orso marsicano presente nella regione Lazio”.

Cinghiale

La popolazione di Cingiale è in costante crescita e sono sempre di più i casi di avvistamento di questi animali in contesti suburbani o in aree rurali frequentate dall’uomo. Uno degli ultimi video postati sul web è stato girato ad Agrigento, nel sito Unesco della Valle dei Templi, e mostra alcuni cinghiali scorrazzare liberamente nell’area archeologica scatenando il panico tra i turisti.

Tuttavia, secondo il WWF, attribuire ai cinghiali la diretta responsabilità della tragedia sulla A1 è riduttivo e strumentale.

«Questa tragedia non può diventare il pretesto per richiedere interventi straordinari per il controllo delle popolazioni del cinghiale nel nostro paese, la cui proliferazione è risultato di una pessima gestione faunistica condizionata da precisi interessi della lobby dei cacciatori», spiega il WWF.